Singetta: grave la situazione delle carceri

Per il capogruppo di Alleanza per l’Italia occorre coinvolgere quanti più soggetti possibile in progetti di reinserimento sociale e preoccuparsi del futuro di queste persone una volta ultimata la detenzione

“Se dallo stato delle carceri si misura il livello di civiltà di un paese, valutando la situazione delle carceri italiane, dobbiamo riconoscere che il nostro non può essere definito un paese civile. Alla luce dei dati che descrivono la situazione delle carceri italiane – a fronte di 70.000 detenuti i posti risultano essere soltanto 43.000 – il nostro paese si trova al non invidiabile terzo posto della classifica europea per il sovraffollamento".

È quanto dichiarato nel corso della seduta del Consiglio regionale dedicata al “problema carceri” dal consigliere regionale di Alleanza per l’Italia, che ha aggiunto: “Il problema del sovraffollamento delle carceri non nasce oggi, ma da oltre 30 anni ed è legato anche alla percentuale di detenuti in attesa di giudizio che in Italia è estremamente alta (il 70% ). Di costoro, i dati ci dicono anche che oltre il 30% alla fine risulterà innocente e quindi avrà scontato ingiustamente un notevole lasso del proprio tempo nelle patrie galere”.

“Un’ulteriore dimostrazione di come in Italia le condizioni carcerarie siano assolutamente inaccettabili – ha aggiunto Singetta – è che il numero dei suicidi sia così elevato rispetto agli altri paesi. L’assoluta disattenzione verso quello che dovrebbe essere lo scopo fondamentale della detenzione, vale a dire il reinserimento sociale dei detenuti, certamente non migliora la situazione. È stato dimostrato infatti, che a seconda delle condizioni di detenzione carceraria, le persone reagiscono meglio e hanno maggiori possibilità di reinserimento".

“Per superare le difficoltà psicologiche che troppo spesso portano i detenuti a rimanere degli emarginati anche dopo aver scontato la pena – ha concluso l’esponente di Api – dobbiamo cercare di intervenire almeno con quei lavori necessari, affinché le strutture stesse del carcere possano essere definite umane e possano assicurare a queste persone di impiegare in maniera produttiva il loro tempo, anche attraverso accordi con le agenzie, quali Apofil e Ageforma, per coinvolgere quanti più soggetti possibile in progetti di reinserimento sociale. Infine, occorre preoccuparsi seriamente di quello che potrà e dovrà essere il futuro di queste persone, una volta ultimata la detenzione e quindi una volta scontata la pena che lo Stato ha inflitto loro”.

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