La Basilicata del vino guarda al futuro partendo dalle proprie radici più profonde. Un futuro che parla il linguaggio della biodiversità, dell’identità e della qualità. Grazie a un lungo e meticoloso lavoro di ricerca e recupero genetico, la Regione Basilicata e l’Alsia – Agenzia Lucana di Sviluppo e di Innovazione in Agricoltura – hanno ufficialmente classificato e autorizzato alla coltivazione quattro nuovi vitigni autoctoni: Ghiandara, Zimellone Bianco, Damaschino e Montonico, che si aggiungono alle varietà locali già riconosciute negli anni scorsi.
Il lavoro scientifico è stato coordinato dall’Alsia presso l’Azienda Sperimentale Bosco Galdo di Villa d’Agri, in collaborazione con il Crea, e rappresenta uno dei più importanti interventi di valorizzazione del patrimonio vitivinicolo regionale mai realizzati. Non si è trattato soltanto di conservare la memoria del passato, ma di riportare in vita una parte fondamentale dell’identità agricola lucana.
Un’operazione che l’Alsia definisce senza mezzi termini di vera e propria “archeologia biologica”. Le attività di campo hanno infatti permesso di individuare oltre 54 profili varietali di uva da vino del tutto sconosciuti, salvandoli dal rischio concreto di estinzione. Risultati ottenuti nell’ambito dei progetti Basivin Sud e Pro-Basivin, che oggi si traducono in nuove opportunità per i viticoltori e in un vantaggio competitivo per l’intero comparto.
A sottolineare il valore strategico dell’iniziativa è il direttore dell’Alsia, Michele Blasi, che evidenzia come la biodiversità sia ormai una leva decisiva per il successo sui mercati: «Identificare una varietà e legarla in modo indissolubile al suo territorio di origine significa dare al vino un’anima riconoscibile. È questa autenticità che oggi fa la differenza, soprattutto sui mercati internazionali, sempre più attenti alla storia e all’unicità dei prodotti». Blasi spiega come il lavoro dell’Alsia si fondi su tre pilastri strategici. Il primo è l’ampliamento della base ampelografica regionale: «Disporre di un numero maggiore di vitigni autoctoni significa offrire ai produttori più strumenti per affrontare le sfide del cambiamento climatico e della competizione globale, senza rinunciare all’identità». Il secondo pilastro è la realizzazione del Vigneto Storico della Basilicata, un vero e proprio scrigno genetico che custodisce il materiale viticolo ancestrale della regione, ospitato presso l’Azienda Sperimentale Bosco Galdo di Villa d’Agri: «È un patrimonio vivo, non un museo: da qui partono le sperimentazioni che permettono alla tradizione di dialogare con l’innovazione». Il terzo pilastro è rappresentato da qualità e tipicità, considerate un binomio irrinunciabile: «L’inserimento di questi vitigni nei disciplinari delle Dop consentirà la creazione di uvaggi unici, capaci di esprimere caratteristiche organolettiche non replicabili altrove. È questa la vera forza della Basilicata».
Lo sguardo dell’Alsia è però già rivolto al domani. La classificazione dei nuovi vitigni pone infatti le basi per la nascita di future denominazioni varietali, aprendo scenari inediti per il comparto vitivinicolo regionale. Un percorso che punta a offrire al consumatore prodotti sempre più autentici e riconoscibili, aumentando al tempo stesso il valore aggiunto per le aziende lucane. La Basilicata del vino, insomma, riscopre il proprio DNA e lo trasforma in una risorsa concreta per crescere, innovare e competere, senza perdere il legame con la propria storia.