“Il rintocco mancato” di Donato A. Loscalzo

Su iniziativa del Centro Studi internazionali "Emilio Colombo" di Potenza presentato il libro dello scrittore lucano, classicista all'Università di Perugia. Lo abbiamo incontrato nell'ambito della rubrica Caleidoscopio per scoprire qualcosa del suo racconto.

C’è un’Italia che non ha mai smesso di camminare a passo lento, tra i calanchi e le ombre lunghe della Storia, dove il tempo non si misura con l’orologio, ma con il battito di un bronzo che decide di non suonare. Donato Antonio Loscalzo, che di mestiere fa il classicista all’Università di Perugia ma di vocazione fa il custode della memoria, ci riporta tra le strettoie di Accettura con il suo nuovo libro, Il rintocco mancato. Siamo all’indomani dell’Unità d’Italia, un’epoca che sui sussidiari ha sempre il sapore epico di camicie rosse e tricolori al vento, ma che nel profondo Sud somigliava più a una ferita aperta che faticava a rimarginarsi. Tra superstizioni che sanno di terra e incenso, e messe di morti che servono a rassicurare i vivi più che a onorare i defunti, Loscalzo ci conduce in un labirinto di domande che, a ben guardare, non sono poi così diverse da quelle che ci poniamo oggi davanti allo specchio della nostra identità nazionale.

Il racconto è la metafora di un Paese nato “per sottrazione”. Mentre a Torino e Firenze si discuteva di leggi e ministeri, ad Accettura si combatteva contro lo spettro della fame e il sospetto verso quel nuovo Stato che parlava una lingua sconosciuta e chiedeva tasse in cambio di promesse lontane. Le superstizioni non erano semplici credenze popolari, ma un sistema di difesa contro un mondo che stava cambiando troppo in fretta. Il contrasto tra l’ideale risorgimentale e la realtà di una terra che si sentiva annessa, più che unita, emerge in ogni pagina come un monito. Quel rintocco che manca è il simbolo di una comunicazione interrotta, di un’armonia che l’Italia, forse, sta ancora  cercando.

Leggere Loscalzo oggi significa fare i conti con le nostre radici, ricordandoci che l’Italia è un mosaico bellissimo ma fragile, dove ogni tessera ha il diritto di far sentire la propria voce. O, almeno, il proprio rintocco.

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