Le Soprintendenze fanno notizia quando qualcuno ne mette in discussione l’esistenza (per alcuni andrebbero addirittura “rase al suolo”) quasi mai quando funzionano, programmano e tutelano il territorio. Ma al netto delle dichiarazioni a caldo che agitano il dibattito politico — e che spesso nascono e muoiono nel giro di un comunicato stampa — la questione vera è più silenziosa e più seria: questi enti stanno progressivamente perdendo la capacità di svolgere il loro lavoro.
Per ragioni concrete da cui è difficile separare il dubbio che si tratti di una scelta ideologica che si porta avanti da quasi 30 anni: blocco del turnover, accorpamenti territoriali, carenza cronica di personale tecnico, procedure sempre più compresse. Dalle riforme Prodi e Franceschini ad oggi la direzione è la stessa. L’ultimo segnale è arrivato con il Piano casa approvato in Consiglio dei Ministri, che introduce procedure abbreviate e il meccanismo del silenzio-assenso anche in aree sottoposte a vincolo diretto o indiretto. Una scelta che di fatto riduce lo spazio di intervento delle Soprintendenze, indipendentemente da qualsiasi dichiarazione pubblica.
Per capire cosa si rischia di perdere, basta guardare a Matera.
La città dei Sassi, oggi patrimonio Unesco e simbolo di una rinascita culturale e di una reputazione riconosciuta in tutto il mondo, non è diventata tale per caso. Dietro ai suoi traguardi ci sono i cittadini, le associazioni culturali, le istituzioni locali — ma anche, in misura determinante, le Soprintendenze.
Il Circolo Culturale La Scaletta ha sempre creduto nel ruolo e nelle funzioni delle Soprintendenze. Quella di Basilicata fu creata proprio partendo dal dibattito in Senato (14 aprile 1964) in cui fu discussa la mozione del Parlamentare lucano Antonio Bolettieri (Dc). Al dibattito era presente il ministro Luigi Gui, uno dei padri della Repubblica. Nel documento si chiedeva l’apertura del presidio di tutela del territorio in risposta al furto di affreschi rubati nelle Chiese rupestri dei Sassi, ritrovati grazie ad un gruppo di giovani del Circolo La Scaletta che da quel momento si era messo a catalogare le opere per evitare ulteriori predazioni. Il 1° luglio 1964 Fu istituita la Soprintendenza di Basilicata diretta dall’archeologo Dinu Adamesteanu.
Negli anni Ottanta e Novanta, Matera ha potuto contare su altre personalità di grande cultura come Michele D’Elia e Corrado Bucci Morichi, soprintendenti che hanno esercitato il loro ruolo con rigore e visione. Non si sono limitati alla tutela del patrimonio storico-artistico e architettonico in senso stretto: con i loro pareri vincolanti hanno contribuito a salvaguardare i paesaggi, a governare le trasformazioni urbane, a mantenere alta la qualità degli interventi sul territorio ma anche a progettarne il futuro sul piano culturale e paesaggistico. Senza quel presidio istituzionale, è lecito chiedersi se Matera avrebbe avuto la stessa storia.
Oggi quel modello appare lontano. Le Soprintendenze operano spesso in condizioni difficili, con organici ridotti all’osso e competenze territoriali ampliate per effetto degli accorpamenti. Il risultato è un indebolimento strutturale che non ha bisogno di provvedimenti drastici per compiersi: avviene per progressivo svuotamento.
Eppure, proprio in un momento storico segnato da una deregulation urbanistica sempre più spinta, il ruolo di questi enti dovrebbe essere rafforzato, non ridimensionato. Non come freno allo sviluppo, ma come garanzia che lo sviluppo avvenga nel rispetto di ciò che non è riproducibile: un centro storico, un paesaggio, una stratificazione urbana secolare.
La polemica politica passerà, come sempre. La questione delle Soprintendenze, invece, merita un dibattito serio, lontano dai toni della guerra e dalle frasi da titolo. Matera, nel bene, ha già mostrato cosa succede quando funzionano. Sarebbe utile non dover scoprire, nel male, cosa succede quando non ci sono più. Purtroppo, sta già accadendo.