"La sospensione delle ordinanze sindacali di divieto lascia intatti i dubbi sull’acqua erogata dagli invasi di Monte Cotugno e del Pertusillo in alcune aree della Basilicata e della Puglia. Sia per l'acqua che passa negli impianti di potabilizzazione che per quella non potabilizzata, perché entrambe entrano nella catena alimentare". E' quanto dichiarano in una nota congiunta il Gruppo consiliare M5S Pisticci, Anna Albanese M5S Grassano, Antonio Digioia M5S Miglionico, Giuseppe Ditaranto M5S Montescaglioso, Antonio Materdomini M5S Matera,
Antonello Musillo M5S Scanzano e Giovanna Ronco M5S Montalbano.
"A certificare che l'acqua del Pertusillo sia contaminata da metalli pesanti e microcistine, anche dopo la potabilizzazione, è proprio l'unico ente abilitato ad accreditare e certificare la qualità dell'acqua dei due invasi lucani più grandi, che gestisce direttamente, anche se si chiama Acquedotto pugliese e gli invasi sono in Basilicata. È una questione – sottolineano gli esponenti del M5S – che riguarda la salute dei cittadini e l'economia del territorio, dato che litio, bromuro, bario, berillio, cobalto, stagno, zinco, C10-C40, Ipa e altro ancora risultano essere di casa nell'invaso del Pertusillo, come dimostra un esposto che il M5S ha presentato un anno fa alla Procura di Potenza, basandosi sui certificati pubblicati periodicamente dall'Aqp. attraverso i quali si evidenziava la presenza, nel lago e nel potabile, sia di metalli pesanti che di microcistine. Tossine specifiche che dimostrano un inquinamento da presenza di eutrofizzanti, come i nitrati (1,9 mg/l), i fosfati (<0,5 mg/l), i nitriti (<0,05 mg/l) e l'antimonio (<0,01mg/l), a loro volta dovuti a una eccessiva presenza di metalli pesanti.
Da dove provengono questi metalli pesanti? Cosa occorre fare per ridurne la carica nelle due dighe? E perché si parla sempre e solo dell'acqua nella rete idrica e mai dell'acqua non potabilizzata, che è quella maggiormente distribuita nel territorio e che entra ugualmente e prepotentemente nella catena alimentare umana? Sono i misteri di una gestione di questa primaria risorsa ambientale, in linea con l'esigenza clientelare della politica dei partiti di far gestire l'acqua a ben 5 enti di proprietà pubblica, ma con gestione privata. I quali hanno 5 presidenti o commissari, 5 consigli direttivi, 5 sedi da pagare e manutenere, 5 auto di servizio, 5 indennità di rimborso, 5 bilanci e, soprattutto 5 situazioni debitorie da ripianare, in quanto negli anni questi enti hanno erogato più stipendi e consulenze che acqua stessa. Solo l'acquedotto lucano, per intenderci, ha 190 milioni di euro di debiti!
Alla riunione della scorsa settimana, indetta dal sindaco di Policoro Enrico Mascia, mancavano i due attori protagonisti di questa storia, gli unici che avrebbero potuto dare risposte concrete ai cittadini: l' Acquedotto pugliese, e la Regione Basilicata, i cui amministratori sono responsabili, con scelte politiche e nomine varie, sia della qualità in toto della gestione della rete idrica (che è tra l'altro anche un vero colabrodo), che della decisione di dare l'acqua sorgiva ai privati della San Benedetto (area Pollino) e della Coca Cola (area Vulture). Riservando l'acqua di invaso, notoriamente meno buona, più batterica e più inquinabile, ai circa 160 mila lucani che abitano in provincia di Matera, nonostante la Basilicata vanti una capacità produttiva di 400 miliardi di litri all'anno di acqua sorgiva. Più di mille litri a testa per lucano.
C'erano invece – concludono – gli enti preposti a fare da parafulmini della protesta cittadina: l'Acquedotto lucano, ente non accreditato come certificatore e non gestore dei due invasi sotto processo, l'Arpab, altro ente non gestore e non certificatore, e l'Asm, il cui compito è solo quello di valutare i dati che arrivano e decidere l'emergenza eventuale di concerto con i sindaci".