Italia 150, D’Andrea: peculiare l’azione dei patrioti lucani

Il presidente del Comitato per i 150 anni dell’Unità d’Italia ricostruisce gli eventi che portarono all’elezione del primo parlamento unitario

Con il plebiscito di annessione del 21 ottobre 1860 “la spinta ‘rivoluzionaria’ della spedizione dei Mille trovò il suo sbocco istituzionale e fu riassorbita nella continuità statuale del Regno di Sardegna. Rispondendo al quesito referendario, la stragrande maggioranza degli elettori aveva confermato di volere “l’Italia una e indivisibile” con Vittorio Emanuele II re costituzionale e i suoi legittimi discendenti”. E’ quanto ha detto il presidente del Comitato regionale per i 150 anni dell’Unità d’Italia, Giampaolo D’Andrea, nel suo intervento alla manifestazione in corso al teatro Don Bosco di Potenza.

“La scelta di ricorrere al plebiscito – ha aggiunto – fu molto contrastata: i più vicini a Mazzini vi vedevano la rinuncia all’obiettivo finale della conquista di Roma, i collaboratori più stretti di Garibaldi un modo per sottrarre al Generale il risultato della sua azione. Cavour, che aveva sottoposto al Parlamento subalpino il provvedimento legislativo che prevedeva quella soluzione e quella modalità di svolgimento ‘a suffragio universale diretto’, del tutto inconsuete nella prassi di una monarchia costituzionale, pensò così da un lato di legalizzare la spedizione dei Mille e la conquista da parte dell’esercito sabaudo dei territori dell’Umbria e delle Marche, sottratti allo Stato Pontificio, e dall’altro di evitare reazioni da parte della Francia di Napoleone III”.

“La peculiarità dell’iniziativa dei patrioti lucani – ha detto ancora D’Andrea – che replicava una centralità che si era già manifestata ai tempi della Repubblica napoletana del 1799, in occasione dei moti carbonari del ’20 e del ’21 e del biennio rivoluzionario 1848 – 49, attraverso lo svolgimento di una funzione di coordinamento nei confronti dei territori vicini, fu subito riconosciuta dai contemporanei. A Napoli il 19 settembre in via Toledo furono salutati con vivi applausi della folla i rappresentanti della Basilicata che sfilarono con un nastrino azzurro appuntato sulle giacche. Con il passaggio di consegne da Garibaldi a Vittorio Emanuele e l’ingresso di questi in Napoli, vennero adottati i primi provvedimenti di unificazione istituzionale, sostanzialmente attraverso l’estensione dell’ordinamento del Regno di Sardegna ai nuovi territori. Si trattava ora di procedere, secondo le previsioni dello Statuto Albertino, all’elezione dei deputati al nuovo Parlamento. La nuova legge elettorale intanto predisposta prevedeva il ritorno al suffragio censita rio ristretto. Così alla fine di gennaio del 1861 furono ammessi al voto in Italia 418.696 elettori (1,9 per cento della popolazione), 243.912 furono i votanti, 168.858 i voti validi. In Basilicata gli elettori furono 8.626 (1,8 per cento della popolazione), i votanti 5.380, i voti validi 3.417. Nell’ex Regno delle due Sicilie gli elettori furono meno di 160.000 (1,9 per cento della popolazione). Il Parlamento che il 17 marzo proclamò l’Unità d’Italia era dunque espressione di un numero di elettori molto più ristretto di quello che aveva legittimato dal basso l’annessione al Regno di Sardegna. Nel Mezzogiorno e in Basilicata ora gli elettori erano meno di un decimo di quelli che avevano partecipato al Plebiscito del 21 ottobre. Cominciò così a generarsi la distanza tra paese reale e paese legale che cominciò ben presto a rappresentare uno dei fattori di debolezza del neonato Regno d’Italia”.

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