“Per la popolazione di Latronico è conveniente tenere ancora aperte le terme, quale futuro avranno le stesse e se si prevede un potenziamento, oppure semplicemente si aspetta che diventino obsolete per poi svendere al primo avventuriero o lestofante, amico o vicino a tizio o a caio, un patrimonio che è costato all’epoca diverse centinaia di milioni?”. Sono gli interrogativi che Luigi Ciminelli, già sindaco di Latronico proprio negli anni in cui fu realizzato il complesso termale-alberghiero di Calda, pone in una lettera aperta inviata al presidente della Regione Vito De Filippo.Ciminelli denuncia che “l’acqua della grande sorgente non scorre più nel canale “dell’acqua solfegna”, sua sede naturale da quando è sgorgata dalle pendici dell’Alpi. L’odore dello zolfo, caratteristica peculiare, non è più emanato dall’acqua che scorre nel canale. Le fontane vicine al vecchio stabilimento termale, oggi Museo del Termalismo, hanno un’acqua inodore, che lascia macchie scure sul fondo delle vaschette di scarico. Nessuno sa cosa stia succedendo. Gli amministratori locali si difendono dicendo che le sorgenti sono gestite dall’Ente Terme e ignorando che, essendo esse nel territorio di Latronico, l’amministrazione comunale ha potere e facoltà di intervenire autorevolmente sulla manomissione, servendosi anche delle autorità sanitarie territoriali se ci sono sospetti sulla purezza delle acque”. Insomma, per Ciminelli “l’acqua non si sa chi la controlla e non si sa se sia convenientemente utilizzata; l’albergo cadente continua ad essere tale; gli alberghi venduti rimangono chiusi; l’utenza termale è solo pendolare e non porta alcun beneficio ai cittadini di Latronico; gli incassi delle prestazioni non si sa se in parte vengano reinvestiti nelle terme per evitare l’inidoneità delle attrezzature; le tasse della gestione finiscono in casse che non sono certamente quelle del Comune di Latronico”.