Nel 1647, a Cosenza, un frate minore osservante nato a Salandra dà alle stampe una tragedia sacra intitolata “Adamo caduto”. Il palcoscenico è l’Eden, il serpente è l’attore protagonista, la caduta dell’uomo diventa spettacolo teologico. Vent’anni dopo, a Londra, un poeta cieco e politicamente sconfitto pubblica il “Paradise Lost”. Che cosa lega i due testi è la domanda intorno a cui ruota “Il lato B del paradiso. John Milton e Padre Serafino della Salandra. Convergenze parallele del Barocco”, il saggio di Antonio Cecere e Igor Uboldi in libreria per Rubbettino.
Il volume sarà presentato in anteprima assoluta giovedì 10 settembre, alle ore 18.15, in piazza Marconi a Salandra (MT), nell’ambito dello Storie Parallele Film Festival, in collaborazione con il Comune di Salandra e con il Fondo Ambiente Italiano – Delegazione di Matera, Gruppo di Ferrandina. La scelta della sede non è casuale: Salandra è il paese in cui Serafino nacque nel 1595 e in cui il suo nome è rimasto per quattro secoli poco più che un’intitolazione.
Non è una domanda nuova. Nel 1832 l’erudito calabrese Francesco Zicari sostenne per primo che Milton avesse ricavato dall’Adamo caduto l’ossatura del suo poema: «Lo credereste? Da questa tragedia sagra ha il Milton tratto l’idea, il disegno, le parti ed i più bei pensieri del suo poema». Nel 1915 la questione fu rilanciata da un inglese: Norman Douglas, che in Old Calabria le dedicò un intero capitolo, «Milton in Calabria». Da allora la vicenda è rimasta sospesa tra la rivendicazione campanilistica e la liquidazione accademica.
Cecere e Uboldi la riprendono da un’altra angolatura. Milton e Serafino non si sono mai incontrati: nessuna lettera, nessuna prova, nessun documento. Invece di celebrare un plagio o di negarlo, gli autori ricostruiscono il campo culturale in cui i due testi nascono – un’Europa spezzata dalle guerre di religione, il teatro sacro che moltiplica cori angelici e demoniaci, le accademie che disputano all’infinito, la peste, la fame, i poeti che pretendono di spiegare il mondo intero in un verso. In quel campo condiviso, il puritano inglese e il francescano lucano non sono due punti agli antipodi ma due esiti dello stesso Barocco: convergenze parallele, appunto.
Il tono è quello di un racconto, non di una perizia. In 136 pagine si incontrano l’agguato a fra Paolo Sarpi e la sua battuta sul pugnale, la rivolta di Masaniello, la peste che nel 1656 cancella più del quaranta per cento del Regno di Napoli (e che uccide anche Serafino), Galileo agli arresti ad Arcetri e Isaac Newton a caccia di falsari. È un libro che usa la questione del plagio come porta d’ingresso a un secolo e che alla fine si chiede che cosa significhi «originalità» in un’epoca che pensava per immagini condivise.
Sullo sfondo c’è una Basilicata seicentesca lontana dallo stereotipo. Non soltanto monaci, pecore e strade percorribili a dorso di mulo: nel libro compaiono accademie letterarie, dispute erudite, conventi in rapporto con Napoli e con l’Europa, una rete di lettori e di stampatori più fitta di quanto si immagini. Solo nel Cinquecento, in Italia, di accademie se ne contarono trecentosettantasette, trentasei delle quali nel Regno di Napoli. È il tessuto che rende plausibile, se non la copia, almeno la circolazione delle stesse idee fra Cosenza, Napoli e Londra.
Attorno ai due protagonisti si muove una piccola folla di comprimari, sono loro a dare al libro il passo del racconto: il citato Paolo Sarpi (teologo veneziano sopravvissuto a un agguato e citato tredici volte nel taccuino privato di Milton); Giovan Battista Manso, nobile napoletano che fu patrono di Torquato Tasso e poi ospite del giovane poeta inglese, lo stesso Norman Douglas, il viaggiatore che tre secoli dopo avrebbe riportato il caso all’attenzione dei suoi connazionali.
Alla fine rimangono degli interrogativi: che cosa significhi “originalità” in un’epoca che pensava per immagini condivise e per quale motivo una letteratura periferica smette di esistere non appena qualcuno smette di leggerla. È la ragione per cui, scrivono gli autori, la caccia al plagio è una trappola, «un labirinto per topi studiosi»: quello che conta è il dialogo silenzioso fra Londra e Salandra, mai scritto e tuttavia reale.