La storia del cuccù materano attraverso tre generazioni

«Terra. Forma. Suono.»: a Matera l'argilla prende voce con la famiglia Niglio. La Fondazione Le Monacelle ETS inaugura il 4 settembre (ore 19.30, spazi di via Riscatto 9/10) la mostra dedicata al lavoro dei maestri artigiani, custode da generazioni dell'arte del tipico fischietto.

Dal 4 settembre al 4 novembre la Fondazione Le Monacelle ETS racconta il cuccù materano attraverso tre generazioni di artigiani, tra storia, simbolismo e nuova musica
La Fondazione Le Monacelle ETS inaugura il 4 settembre (ore 19.30, spazi di via Riscatto 9/10), «Terra. Forma. Suono.», la mostra dedicata al lavoro della famiglia dei maestri artigiani Niglio, custode da generazioni dell’arte del cuccù, il tipico fischietto materano modellato nell’argilla, con corpo di gallo e voce di cuculo. Non un semplice manufatto d’artigianato, ma un piccolo oggetto carico di stratificazioni, nato quasi per necessità, come attività di sostentamento nei mesi più freddi, che ha finito per farsi custode silenzioso di credenze popolari, gesti rituali e piccoli riti d’amore contadini. Non a caso, affiora un legame sottile ma profondo con le civiltà che abitarono, in epoca magno-greca, l’area di Timmari, l’altopiano a pochi chilometri da Matera dove sorgeva un importante insediamento indigeno in contatto con le colonie greche della costa ionica. La mostra resterà visitabile fino al 4 novembre.
Dalla fornace dei mattoni al cuccù d’argilla
La confidenza dei Niglio con l’argilla nasce dalla fornace di famiglia, dove per generazioni fu prodotto, in un’attività non più esercitata, il laterizio per l’edificazione dei Sassi. Un lavoro stagionale che si fermava d’inverno e fu proprio da questo tempo sospeso che nacque, quasi per necessità, la produzione dei fischietti d’argilla, un modo per integrare il reddito familiare. Il mestiere del cuccù passò di padre in figlio fino, in particolare, ai fratelli Peppino (1923-1988) e Tommaso (1927-2019) con Pietro (1930-2021), il suo il braccio operativo silenzioso, e Francesco Niglio (1939), che ha poi raccolto la memoria di un’eredità arrivata fino a oggi. Nei mesi invernali, dunque, era una attività corale che coinvolgeva anche gli altri familiari Benito, Giacinta e Domenica. Prendevano così forma pupe, carabinieri, galletti, immagini della Madonna di Picciano, limoni, cestini fioriti.
I primi cuccù erano oggetti rustici, privi di piedistallo, spesso legati al collo dei bambini con un nastrino. La lavorazione era quasi interamente manuale, la cottura avveniva in piccole fornaci costruite da loro stessi, alimentate con legna di macchia mediterranea a bassa fiamma. Anche la decorazione, un fondo di calce bianca su cui si stendevano colori di terre naturali, c’era lo sforzo condiviso di una famiglia intera.
Un oggetto, mille legami e simboli
Pochi manufatti popolari racchiudono una simbologia stratificata come il cuccù. Il richiamo bitonale che dà il nome al fischietto ne definisce l’identità sonora. La forma del gallo, animale solare che annuncia la luce, ne rafforza invece il valore apotropaico, protettivo della casa e dei bambini, e augurale, legato alla crescita e alla prosperità. Solo in un tempo successivo si sarebbe affermata la funzione più nota, quella di pegno d’amore tra giovani innamorati. Giocattolo, portafortuna, dono rituale, promessa amorosa: il cuccù materano fu, insieme, tutte queste cose, ed è proprio in questa stratificazione che risiede la sua ricchezza. Per decenni la sua vendita seguì il calendario delle feste religiose del territorio, da quelle nel santuario rupestre della Gravinella ai Cappuccini, fino al grande santuario mariano di Picciano, meta di pellegrinaggi da tutta l’area di confine apulo-lucano.
Da oggetto povero a opera d’arte
Dopo un’interruzione nel secondo dopoguerra, la produzione riprese negli anni Settanta, grazie al rinnovato interesse per le tradizioni popolari. Fu allora che si compì il passaggio decisivo poiché dal cuccù semplice e stagionale si arrivò al cuccù d’autore, capace di rappresentare Pulcinella, Totò, alberi della vita, figure religiose e animali fantastici. Nacque lo stile “fiorito” che avrebbe fatto dei Niglio un riferimento per due generazioni di ceramisti materani. Una ricerca antropologica universitaria sull’artigianato cittadino descrive questo passaggio come un processo di risignificazione più che di semplice arricchimento estetico. La tradizione insomma non si abbandona ma si riattiva, trasformando un oggetto povero, nato per arrotondare il magro bilancio invernale di una famiglia di fornaciai, in linguaggio, memoria e arte riconosciuta.
La performance dei Niglio
Ad accompagnare l’inaugurazione della mostra, negli ambienti de Le Monacelle, sarà una performance dell’ultima generazione dei Niglio, dedita all’arte dei suoni, altra passione e vanto della famiglia. A rappresentarla sono i giovani musicisti Pierdomenico e Damiano, il cui sodalizio artistico ha come nome d’arte semplicemente “Niglio”. Hanno scelto Matera e l’occasione della esposizione per chiudere il tour legato al loro disco d’esordio Penombra, in una formazione a quartetto inedita: a Pierdomenico Niglio (voce, tastiere ed elettronica) e Damiano Niglio (basso e voce) si affiancano Gianpaolo Matera (tromba) e Francesco Rondinone (batteria). Nato nel 2023 a Roma, il duo Niglio destruttura elementi della propria tradizione, il cuccù su tutti, per ricomporli in un linguaggio contemporaneo fatto di sintetizzatori, campionamenti e ritmi vicini alla “2-step” e alla “drum and bass”. Riscrivono, dunque, un ulteriore capitolo della stessa storia di famiglia raccontata nell’allestimento espositivo, la stessa terra d’origine reinterpretata a distanza di generazioni. La mostra resterà aperta fino al 4 novembre.
Le collaborazioni
“Terra. Forma. Suono.”, curata dalla Fondazione Le Monacelle ETS, trova spazio all’interno di Cineartis – Visioni Mediterranee, la prima rassegna audiovisiva

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